Ogni singola persona in questo studio aveva microplastiche nel sangue. Non la maggior parte, ma tutti. Questo è il punto di partenza di un piccolo, ma intrigante, studio pilota che si pone una domanda che i biohacker si pongono da anni: è possibile ridurre il proprio carico interno di microplastiche, invece di limitarsi a preoccuparsene?
Il candidato è la chitosa, un composto fibroso derivato dal guscio dei crostacei. Nel trial, l’assunzione di 0,8 g al giorno per 15 giorni è stata associata a una diminuzione del 26,3 % delle microplastiche misurate nel sangue. È un risultato interessante, ma molto preliminare: le limitazioni sono tanto importanti quanto il risultato.
Che cos’è la chitosa?
La chitosa si ottiene deacetilando la chitina, il materiale strutturale presente nei gusci di gamberi, granchi e astici. È stata venduta da tempo come integratore, solitamente promosso per legare i grassi o sostenere il colesterolo, ed è impiegata anche in bendaggi per ferite e altri prodotti biomedici.
Ciò che la rende interessante qui è il suo comportamento nel tratto digestivo. In ambiente acido la chitosa acquista una carica positiva e può formare un gel viscoso. Questa capacità di gelificazione e legatura è alla base dell’ipotesi sulle microplastiche.
Come potrebbe intrappolare le plastiche nell’intestino?
L’idea è semplice. Le microplastiche che ingeriamo con cibo, acqua e polvere attraversano l’intestino; una frazione di esse può passare nella circolazione sanguigna. Se la chitosa gelifica nel tratto gastrointestinale e avvolge le particelle di plastica, queste potrebbero essere espulse con le feci invece di essere assorbite.
Questo è il meccanismo proposto di sequestro gastrointestinale, ma è importante sottolineare che lo studio non lo ha dimostrato direttamente nell’uomo: sono stati misurati i livelli ematici, non le microplastiche nelle feci, quindi la spiegazione rimane un’inferenza.
Lo studio
Lo studio, condotto da Cornelli, Belcaro e Casella, è stato pubblicato sul Journal of Xenobiotics a maggio 2026. Si tratta di uno studio pilota controllato con 21 adulti sani:
- 11 partecipanti hanno assunto chitosa derivata da Procambarus clarkii (astice rosso di palude), 0,8 g al giorno, per 15 giorni (due capsule da 400 mg la sera).
- 10 controlli hanno ricevuto un placebo identico.
Le microplastiche ematiche sono state quantificate mediante stereomicroscopia, microscopia elettronica a scansione e spettroscopia micro‑FTIR. Insieme, questi metodi hanno permesso di contare le particelle e di caratterizzarle per dimensione, forma e tipo di polimero, rilevando particelle fino a circa 700 nm.
I risultati
Al basale, le microplastiche erano presenti in tutti i partecipanti. Dopo la supplementazione, la concentrazione media del gruppo chitosa è scesa da 1,84 ± 0,28 µg/mL a 1,34 ± 0,20 µg/mL, una riduzione del 26,3 % (p < 0,01, analisi accoppiata). Il gruppo placebo non ha mostrato variazioni significative.
Due ulteriori dettagli spiccano:
- Tipi di polimero: le riduzioni si sono osservate in modo coerente tra le principali classi di plastica, non limitandosi a una sola.
- Dimensione: i decrementi più marcati sono stati riscontrati in particelle di 11–50 µm.
Gli autori hanno anche stimato il tempo medio di permanenza delle microplastiche circolanti a circa 58 ± 28 giorni. Se corretto, questo suggerisce che i livelli ematici non siano permanenti e possano rinnovarsi su scala settimane‑mesi, coerente con l’idea che riducendo l’assunzione le concentrazioni diminuiscano rapidamente.
Dati precedenti su ratti
Il risultato umano non nasce dal nulla. Uno studio su ratti del 2025 di Liu e Shimizu, pubblicato su Scientific Reports, ha mostrato che la chitosa aumentava l’escrezione fecale di microplastiche di polietilene. Questo sostiene la plausibilità meccanistica: se la chitosa favorisce l’eliminazione delle plastiche con le feci negli animali, una riduzione dell’assorbimento in uomo è plausibile. Tuttavia, i risultati su roditori non si traducono automaticamente in effetti sull’uomo, perciò costituiscono un supporto limitato.
Le grandi, oneste limitazioni
Ecco dove il click‑bait deve cedere al rigore scientifico:
- Campione ridotto – Solo 21 persone in totale, 11 con chitosa. Gli studi con numeri così piccoli sono soggetti a effetti casuali e a sovrastime dell’effetto.
- Design pilota – È uno studio generatore di ipotesi, non confermativo.
- Durata breve – Quindici giorni non dicono nulla sugli effetti a lungo termine, su eventuali rebound o sulla sicurezza di un uso prolungato.
- Nessun endpoint clinico – Sono state misurate solo le particelle, non infiammazioni, rischi cardiovascolari o sintomi. Una diminuzione delle microplastiche ematiche non è stata dimostrata migliorare la salute.
- Metodi di misurazione ancora immaturi – Quantificare le microplastiche nel sangue è complesso e non ancora standardizzato. Possibili contaminazioni da plastica da laboratorio e variabilità tra i metodi sono problemi noti; i valori assoluti vanno quindi interpretati con cautela.
- Analisi intra‑gruppo – Il p‑value proviene da un confronto accoppiato all’interno del gruppo trattato; una differenza netta tra gruppi sarebbe più convincente.
- Allergia ai crostacei – La chitosa di origine crostacea può scatenare reazioni allergiche in soggetti sensibili; è indispensabile una valutazione medica preventiva.
Una replica indipendente con un campione più ampio, misurazioni anche delle feci e endpoint clinici trasformerebbe questa curiosità in evidenza solida.
Consigli pratici
Se sei interessato, ecco alcuni suggerimenti per affrontare la questione in modo responsabile:
- Conosci la dose testata – Lo studio ha impiegato 0,8 g al giorno, somministrati come 2 × 400 mg la sera, per 15 giorni. Non è una raccomandazione, ma il protocollo sperimentale.
- Considera le interazioni – La chitosa può legare i grassi e interferire con l’assorbimento di vitamine liposolubili (A, D, E, K) e con alcuni farmaci. È consigliabile separare l’assunzione di integratori e farmaci di almeno un’ora, e consultare un medico o un farmacista.
- Non dare per scontato che altre fibre funzionino – Algina, psyllium e altre fibre gelificanti sono talvolta proposte come alternative, ma non sono state testate in questo contesto.
- Riduci prima l’esposizione – Limitare l’assunzione di plastica è più certo che cercare di rimuoverla. Filtra l’acqua potabile, riduci cibi confezionati o riscaldati in plastica, evita il microonde in contenitori plastici, diminuisci la polvere sintetica e prediligi vetro o acciaio inox.
- Verifica le allergie – Chi è allergico ai crostacei dovrebbe astenersi dall’assumere chitosa senza previa valutazione medica.
Conclusioni
Questo piccolo studio pilota fornisce un primo segnale interessante: un integratore noto, a costo contenuto, è stato associato a una diminuzione delle microplastiche circolanti in sole due settimane. Tuttavia, 21 soggetti, una finestra temporale breve e l’assenza di endpoint clinici lo rendono un’indicazione preliminare, non un protocollo di disintossicazione comprovato. Consideralo come spinta a future ricerche, non come licenza per aggiungere un’altra capsula alla tua routine quotidiana.